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Testo di: Gea Nogara
LIBRI SCELTI

Lo stress colpisce pure i sistemi ecologici e sociali

Tim Jackson: “Questo libro nasce da un rapporto commissionato dal governo britannico. L’idea era quella di rivisitare l’idea di crescita economica, in particolare del conflitto tra la crescita infinita e l’ambiente."
Ottantadue n°5 Novembre 2017

Prosperità senza crescita
I fondamenti dell’economia di domani


Edizioni Ambiente - 2017 - 318 pagine - Euro 24,00

La pubblicazione di “Prosperità senza crescita” ha segnato una svolta nel dibattito sulla sostenibilità. Sfidando l’ortodossia e le convinzioni più radicate, Tim Jackson ha messo in discussione l’assunto centrale della teoria economica: la ricerca continua della crescita esponenziale. Dopo sette anni questa nuova edizione, interamente rivista, aggiorna e amplia le tesi proposte anche alla luce dell’aggravarsi dei segnali di stress che provengono dai sistemi ecologici e sociali. Secondo Jackson è possibile costruire un’economia “post-crescita”, in grado di tutelare i lavoratori e ridurre le disuguaglianze, di proteggere nel contempo gli ecosistemi e azzerare le instabilità del sistema finanziario. Prosperità senza crescita definisce le caratteristiche di questo nuovo sistema economico, le intreccia con le intuizioni delle tradizioni sapienziali e con le acquisizioni scientifiche più aggiornate.
L’autore in una lunga e articolata intervista pubblicata sulla rivista La Nuova Ecologia spiega come nacque il libro e il perché di questa seconda edizione: “Questo libro nasce da un rapporto commissionato dal governo britannico. Si trattò di una consulenza che feci sulla sostenibilità per una commissione governativa. L’idea era quella di rivisitare l’idea di crescita economica, in particolare del conflitto tra la crescita infinita e l’ambiente. Un concetto già espresso nel ‘Rapporto sui limiti dello sviluppo’ redatto dal Club di Roma negli anni ’70. Prosperità senza crescita cercò di affrontare queste tematiche. Mentre lo stavo scrivendo la crisi finanziaria iniziò a farsi sentire. La cosa interessante è che il rapporto uscì durante il G20 che si tenne a Londra nel 2009, quando i Grandi della Terra si riunirono proprio per far ripartire l’economia. Come racconto anche nel libro, al governo il rapporto non piacque, lo stesso primo ministro Gordon Brown ne fu molto dispiaciuto. La stampa inoltre non ne parlò. Poi pian piano il rapporto divenne molto popolare, tanto che diventò un libro pubblicato in 17 diverse lingue, tra cui anche l’italiano.” ... “L’economia circolare è un’idea fantastica, come il pensiero di rendere tutto il sistema?economico più efficiente, ma non è sufficiente. E non affronta il problema centrale dell’economia. Se pensiamo che l’economia circolare possa dare nuova linfa alla crescita economica, rendiamo tutto più difficile. Cioè se vogliamo che l’economia cresca sempre più velocemente, dovrà diventare sempre più circolare, più efficiente. E questo è estremamente difficile. Ciò di cui abbiamo bisogno è un altro tipo di economia. Dobbiamo rivedere i concetti di impresa, di lavoro, di investimento, di denaro. Da un punto di vista meramente capitalistico, l’impresa non è altro che un processo per massimizzare i profitti, per estrarre materie prime il più velocemente possibile, trasformarle e venderle al prezzo maggiore possibile, per poi buttarle via. Ma questa è un’idea sbagliata di ciò che dovrebbe essere l’impresa, che dovrebbe invece provvedere a fornirci ciò di cui abbiamo bisogno per raggiungere una qualità migliore di vita. Ecco perché dobbiamo ripensare il modello di impresa. Vogliamo un’impresa che continui a produrre secondo il modello lineare? No, vogliamo produca in maniera più circolare. Vogliamo che fornisca sempre più prodotti? No, vogliamo dare alle persone una migliore qualità di vita: quindi assistenza sanitaria e sociale, educazione, conservazione degli ecosistemi, riqualificazione urbana. Ovvero degli investimenti nella società, nella cultura, nelle capacità delle persone di convivere. Si tratta di un compito estremamente specifico. Dovremmo iniziare a pensare, piuttosto che a un sistema di produzione di massa, a uno in grado di fornire prodotti e servizi di cui le persone abbiano realmente bisogno a livello locale, per incrementare la loro qualità di vita”.


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