Testo di: Gea Nogara

Rifiuti spaziali: super-laser
e rientri programmati

I dati dell’Agenzia Spaziale Europea parlano di 7.500 tonnellate di detriti spaziali destinati a un forte aumento se non si metteranno a punto efficaci soluzioni di recupero.
Ottantadue N°1 marzo 2018

La notizia è apparsa a gennaio sul sito di Repubblica: “gli scienziati cinesi della Air Force Engineering University hanno annunciato di volersi servire di raggi laser per ripulire l’orbita della Terra dai detriti spaziali prodotti da vecchi satelliti”. 
Ottantadue aveva dedicato un servizio di approfondimento sul tema nel numero di dicembre 2016. Da allora non molto è cambiato, forse qualcosa è peggiorato.
I dati forniti dall’Agenzia Spaziale Europea parlano di 7500 tonnellate di detriti spaziali destinati ad un aumento esponenziale se non si metteranno a punto efficaci soluzioni di recupero e il rientro dei mezzi lanciati in orbita.
Nel documento pubblicato dagli scienziati cinesi si legge che le ricerche e le simulazioni già eseguite forniscono le basi teoriche necessarie per l’installazione di una stazione laser orbitale per la distruzione dei detriti spaziali, ma appare evidente come la proposta non sia stata accolta con entusiasmo dal resto del mondo. 
Nel merito, sempre l’articolo di Repubblica.it cita un critico intervento di John Hayten, generale della United States Air Force, alla Cnn. 
Se la tecnologia è “neutra”, il suo utilizzo può non esserlo. E super raggi laser che da Terra fendono lo spazio o da una stazione orbitante possono essere indirizzati contro un qualsiasi punto determinato del cosmo, potrebbe essere il peggior incubo con il quale convivere.
Dal servizio di Ottantadue di poco più di un anno fa cos’è cambiato? L’italiana D-Orbit, startup aerospaziale impegnata a sviluppare un sistema di “decomissioning”, il rientro programmato e guidato dei satelliti che eviterebbe in futuro l’accumularsi di altri rifiuti nello spazio, nel giugno 2017 dall’India ha messo in orbita il suo primo D-Sat, un nanosatellite che avrebbe dovuto testare, tra l’altro, l’innovativo sistema di rientro. Luca Rossettini, fondatore e ceo della D-Orbit, in un’intervista pubblicata su Startupbusiness a novembre 2017, spiega come nel corso della missione - durata più di tre mesi - il D3 abbia dimostrato un’elevata affidabilità e una prestazione orbitale impeccabile. “D-Orbit ha raggiunto la maggior parte degli obiettivi di missione: un’architettura di sistema ridondante, software critico, la costruzione del satellite stesso, una prestazione orbitale priva di difetti, e la dimostrazione di D3 nello spazio - racconta Rossettini - ma l’obiettivo di un rientro diretto e controllato, tuttavia, non è stato raggiunto. 
Un’analisi preliminare suggerisce che la causa del mancato rientro è legata a un problema d’interfacciamento tra il D3 e il satellite. L’allineamento del motore con il centro di gravità del satellite è risultato fuori tolleranza. Sebbene fossero state introdotte delle strategie per mitigare questo scenario, c’era la consapevolezza di avere un margine ridotto considerando che il D3 installato a bordo era progettato per un satellite di un ordine di grandezza più grande di D-SAT.
Durante la fase finale della missione, il satellite si è spostato in un’orbita ellittica con un’inclinazione differente, compatibile con le norme internazionali sulla mitigazione dei detriti orbitali. Tutti gli obiettivi riguardanti l’accensione e il funzionamento del motore sono stati raggiunti, e il cambio di parametri orbitali ha confermato che il motore ha prodotto la potenza che ci si aspettava... Lo stesso D3 installato in un satellite più grande offrirebbe un margine di tolleranza maggiore. L’adozione di un sistema di controllo del vettore di spinta rimuoverebbe completamente il problema di tolleranza. D-SAT ha stabilito diversi primati nell’industria. Siamo orgogliosi del lavoro della nostra squadra, che al momento sta collezionando ulteriori dati e preparando i prossimi passi, lavorando con passione per dare il nostro contributo alla storia dello spazio”. 
Festeggia invece l’imprenditore americano Elon Musk che, con la società SpaceX, sta già raccogliendo eccellenti risultati. 
L’ultima e spettacolare prova, proprio a inizio febbraio 2018, è stato il lancio da Cape Kennedy del Falcon Heavy con rientro controllato dei tre booster Falcon 9 che in diretta video si sono visti tornare a terra integri e con una precisione di atterraggio che rasentava l’incredibile, la fantascienza.
L’unico neo dettato dalla vanità visionaria è la Tesla Roadster personale di Musk che a bordo del Falcon Heavy è stata lanciata verso Marte. Un’operazione di marketing grandiosa, un rifiuto in più nello spazio.

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